BALENE IN VOLO: Ciao Pilar

PILAR DOMINGUEZ: Ciao Eliana

B: Hai voglia di parlarci di come è iniziata la tua carriera di artista e di introdurre un po’ che cosa fai?

P: La mia carriera d’artista è iniziata nel momento in cui ho scelto di studiare alle Belle Arti. Ero in Cile. In realtà da piccola mi piaceva disegnare. Ero quella che disegnava le compagne, quella che faceva tutti santini per la chiesa, tutte le Madonne, tutti i Gesù. Però nel momento che ho scelto di studiare le Belle Arti è stato anche un dramma in casa. Allora ho fatto anche Matematica e ho fatto Belle Arti.

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B: Contemporaneamente ?

P: Sì! sono laureata in tutte e due, così ho potuto dimostrare in casa che le potevo fare tutte e due!

B: Doppia fatica!

P: E sì! Perché era uno scandalo. Le donne non servivano a niente se entravano alle Belle Arti. All’inizio non ti rendi conto di che cosa è essere un artista. Ti fa troppa paura questa parola! Almeno a me. Mi ha fatto paura fino a 30 anni. Tanta paura. Poi dopo ho avuto un’opportunità! Volevo venire in Italia a continuare gli studi. Perché mi stavo laureando e dopo che mi sono laureata all’Università è arrivato subito il golpe, il colpo di stato. Disastro in generale: disastro delle famiglie, disastro degli amici, disastro di tutto! E io era già un anno che volevo andar via, in Italia, però non potevo entrare in quel momento in Italia. Casualità che la nave che ho preso io, avevo il biglietto soltanto per la Spagna, perché l’ambasciata non poteva entrare, circondata dai militari, una brutta esperienza… La nave era italiana. Fatta conoscenza, io ho potuto venire in Italia. I marinai lì, il comandante mi ha ospitato a casa sua, a Lecco, e lì ho cominciato. Dal momento che sono andata via dal Cile ho sempre dipinto. Anche in nave, che erano due mesi, al di là del lavorare il cuoio, ho sempre disegnato. E poi sono arrivata a Genova: un mondo incredibile, che non conosci e lì cercavo di continuare. Avevo portato una piccola cartella con un po’ di incisioni. Ho tanti di quegli aneddoti da raccontarti! Troppi! Come il pittore che mi ha venduto delle incisioni, poi è andato giocare a Monaco al casinò e ha perso tutto! Delle storie incredibili!

B: Cioè, aveva acquistato delle tue incisioni?

P: no, mi aveva venduto le mie incisioni.

B: Ah, le aveva vendute per conto tuo e il guadagno se l’è giocato al casinò?!

P: Mi ha detto: io sono un bravo giocatore, accompagnami a Monaco al casinò. Montecarlo. Follia. Ho degli aneddoti incredibili.

B: E ha perso tutto?

P: Tutto! Però ho continuato a dipingere, Eliana, sempre. Ero molto più illustrativa. Mi ricordo che disegnavo queste… ho solo le foto poiché non ho più i quadri… questa Italia pazza, Genova con tanta gente un po’ felinesca..

B: Perché li vedevi così, gli italiani?

P: Sì, li vedevo così! Poi sei fuori dal mondo, non sai la lingua, non sai niente, non sai come muoverti , è diverso…

B: Senti, c’è un messaggio che ricorre attraverso tutte le tue opere che tu vuoi trasmettere?

P: Ma io credo che sia la forza del colore. La mia pittura è un po’ il movimento in cui tu appartieni a questo e appartieni a quello ma, a volte, non appartieni a nessuno. In fondo uno con la pittura va facendo la vita, va raccontando la vita.
Dicevano tutti di andare a Milano per lavorare. Dopo la Liguria sono venuta a Milano e qui ho cominciato a lavorare: sono entrata in Brera, lavoravo in parallelo al Corriere della Sera come illustratrice, ho conosciuto la Galleria delle Ore, Giovanni Fumagalli, grande personaggio e grande artista; lui mi diceva: “non far l’illustratrice che ti rovini la pittura”. Ma fuma! se Andy Warhol era un illustratore! In un certo senso un po’ ha ragione e un po’ no.
Vivevo di illustrazione e scenografia e in parallelo dipingevo, sì dipingevo sempre. Ho cominciato a lavorare con l’incisione e ho cominciato anche a stampare tantissimi, fantastici, artisti italiani. Con le gallerie italiane ho potuto veramente conoscere l’informale italiano: Valentino Vago, Enrico Della Torre, grandi personaggi, Ghinzani e, facendo Brera, ero a contatto anche con un’altra realtà, assorbivo un’altra contemporaneità delle cose.

B: Tu hai iniziato subito a stampare, hai aperto subito la tua stamperia?

P: La stamperia d’arte l’ho aperta negli anni 80, così, decisa! Sono arrivata nel 76, ho comprato il primo torchio un Bendini, sono fantastici i Bendini. Lavoravo per la Galleria delle Ore, stampavo i suoi artisti, stampavo queste “grandi vacche sacre”. Bellissimo! Ho conosciuto il lavoro di Bussotti, Meloni, Vaglieri, ho imparato veramente tanto di loro.
Perciò nel 80 ho aperto la mia stamperia, anche se ero giovane ancora. Questo è un mestiere in cui tutti questi uomini mi chiedevano “ma lo sai fare?”, “ma lo sai fare?”. Forse perché ero femmina e in tutte le stamperie erano uomini, ero l’unica femmina. Di fatto, ero sempre col basco perché il giallo non li disturbasse; avevo i capelli molto lunghi, una treccia, però me li raccoglievo. Per me non è che c’è la femmina o il maschio, però si sentiva questa differenza! Da lì ho avviato, stupendo!, veramente bello! Dopo un po’ ho incominciato a insegnare. La stamperia era aperta e tenevo dei corsi. Veramente devo dire che non c’erano le stamperie in quegli anni, fino a 8/10 anni fa, non c’erano altre stamperie. C’era la grande stamperia di Upiglio, lui mi ha aiutato tantissimo, frequentavo la Upiglio e sono stata sua stampatrice. Come un’altra stamperia in Via Vanucci a Milano, Sciardella, anche con lui ho lavorato. Nelle due stamperie lavoravano solo uomini che mi chiedevano continuamente “e tu sai fare quello?” Sì, lo so fare! perché l’America Latina ha veramente una grande tradizione dell’incisione, di tutte le tecniche di incisione. E l’arte è un gioco, come dite anche voi, però un gioco da fare insieme e da prendere sul serio! non è un gioco così, banale! In America Latina l’incisione come il murale, di cui parlavamo, sono molto diffusi anche perché sono i due strumenti che costano meno. Il sogno in Cuba era di vendere ovunque, e un po’ si riusciva, la serigrafia; Cuba è un grande Paese per la serigrafia, si vendeva al supermercato insieme al riso, alla verdura… Anche in Cile si è provato, in Venezuela e in altri Paesi perché è un multiplo. Però c’è un grande rispetto per le tecniche e una grande insegnanza, una grande scuola. Ti insegnano molto bene, sono molto duri, esigenti come scuola di incisione.

B: Con il tempo, quindi, ti sei trovata a stampare per gli altri ma anche a produrre i tuoi lavori?

P: Brava Eliana. Mi sono trovata sempre a lavorare per gli altri. Di fatto, ho una collezione divina che ogni volta che la guardo… Quando stampi per un altro, un’incisione di quelle che hai stampato è tua. Da Ligabue, veniva il signore della galleria e stava seduto lì vicino a me a controllare, a Meloni, Della Torre, Valieri, li avevo tutti appesi, Vago… In parallelo lavoravo alle mie cose, esponevo con la Galleria Fumagalli. Era un gallerista favoloso, ogni due anni ti organizzava una mostra personale e in più ti inseriva. E poi anche con altre gallerie. Devo dire che fino agli anni novanta, duemila, la stamperia d’arte era un posto di incontro di incisori, di creativi, illustratori, fotografi,e scultori. Sono bravissimi gli scultori. E Giò Pomodoro è un grande che fa monotipo. Bellissimi i suoi monotipi! Dopo il 90 ho cominciato a insegnare alle scuole materne, lavoravo per la Zona 1, avevo tre scuole: la scuola via Palermo, la scuola della zona cinese, via Rosmini credo, e un’altra realtà in via Della Spiga. Facevo corsi di aggiornamento per le maestre, avevo la verifica e i corsi di manualità artistica per i bambini. Facevo tre moduli. uno “colori” e poi “tridimensionalità”, ai bambini insegnavo cartapesta che è bellissimo anche per gli adulti e le maestre, c’è il volume e in parallelo io sono andata a fare anche scultura e ceramica, ed infine “grafica” in cui rientra la scrittura e tutte le tecniche dell’incisione di stampa, il multiplo. Questi sono i tre moduli che in fondo ho insegnato tutta la vita e che continuo a fare, a collaborare con studi e persone creative

B: Attualmente stampi per terzi? La tua stamperia è attiva?”

P: Sì, sì sì sì stampo. Ho stampato l’anno scorso delle grandissime incisioni di Valentino Vago, che ha presentato il libro presso la Biblioteca di Brera. Era l’incisione che lui aveva fatto quando era studente. Valentino è morto purtroppo un anno fa. Prima che morisse lui ha recuperato queste matrici di metallo. Molte erano rovinate dall’umidità e quindi si è posto il problema: “Valentino, le restauro tutte o le stampiamo con l’erosione del tempo?” lui ha detto: “stampiamole con l’erosione del tempo”, che era più giusto. Bellissime. Sì, stampare arte a me piace da morire perché ogni stampa, ogni giro, ogni volta che apri qui, mia o di un altro, è una grande emozione, è veramente un figlio che di lì è nato e farà la sua vita, che gira.

B: Invece parlando della tua produzione, dove cerchi l’ispirazione?

P: Strada facendo. Io credo che sono gli sguardi che fai alla vita. Gli anni vanno per tappa. I primi anni certamente sentivo molto la situazione politica in Cile, ho anche scritto fino agli anni 80. Sentivo forte questa sofferenza e fino agli anni 80 eri compromesso politicamente. Negli anni 80 ho detto basta di portarmi tutto il peso politico personalmente e sono cominciati questi lavori sugli stati d’animo, totalmente astratti, non volevo più la figurazione, assolutamente astratti. E i bagni perché mi affascinavano. Abitavo in una casa di ringhiera, questi bagni, queste vasche… Poi le strade, certamente l’autostrada, le moto, le macchine, perché guidando sabato, domenica si viaggiava. Andando da mio padre in Venezuela c’erano le palme, tantissimi alberi e, insieme alle palme c’erano i ventilatori. In macchina il ventilatore, in casa il ventilatore, dovunque vai c’è il ventilatore! Poi, lasciando un po’ la macchina, ci sono i treni, la velocità di nuovo. Lì abbiamo i paesaggi che vedi quando viaggi, come quello rosso, sono paesaggi che vedi con la velocità. I treni. I treni mi piacciono proprio, sono come insetti o come i pesci. I pesci li ho iniziati in realtà per via di Pablo Neruda, perché lui raccoglieva tanti oggetti di pesci, e anche per via di Valparaiso, dove si mangiavano tanti pesci e io guardavo queste facce: una così, una cosà e le alette in un modo… e poi portano fortuna. E allora il pesce dopo si è trasformato nei treni, questi musi… Quando è uscito il Frecciarossa, il treno locale che prendevi di qui, di là, tutti hanno un muso, una faccia diversa. I temi sono quelli, adesso sono più sintetiche le ultime cose. Come i semi che, in realtà, sono pretesti. Il seme porta fortuna, i campi, la terra e il piantare, il genuino. Però uso il bianconero, soprattutto il nero, per questa forza del colore, anche se può sembrare una contraddizione. Però il nero è luce, ombra e comunque è colore per me. Mi piace il colore, l’accostamento dei colori, però il colore è anche forte e sento il bisogno di riposarmi dai colori saturi. Il colore non esiste in realtà, il colore è una sensazione. Se chiudiamo gli occhi, non c’è più colore. Il colore è un riflesso, è una percezione… è questa la forza del colore, quella di cui ti ho parlato all’inizio. Nel senso che con il colore trasmetti. Però anche col nero, con la forma, anche lì trasmetti. Come artista, trasmettere e insegnare è una cosa fantastica! Esistono le tecniche che sono come un veicolo per arrivare a un punto; è come chiedere “come trovo questa strada signore?” e tu rispondi “vai qui, vai lì”. Lo stesso è quando un collega, o quando fai un corso, trasmettere veramente quello che sai, quello che hai imparato: trovo che è una delle cose più belle dell’essere artista. Dopo un po’ uno dice “oddio sono artista”, ma era una parola troppo compromessa “sono un’artista” quando avevi 30 anni. Avendone il doppio dici “cavolo, sì! sono un’Artista!” Ed è sempre una parola maiuscola.

B: Che cos’è per te l’illustrazione?

P: L’illustrazione per me è la descrizione di qualcosa. Descrivere per mezzo del disegno. Però l’illustratore, come figura professionale, in Italia non esisteva. Negli ultimi anni sì. Non esisteva come invece in Inghilterra e come in America, o in Olanda. L’illustratore doveva illustrare un libro e spesso, non a caso, lo faceva tramite l’incisione. Negli anni ho lavorato molto con l’Olivetti, sia per murales che per l’aiuto ad un altro grande pittore, oggi morto, Egidio Bonfanti. E lui era un grafico e chiamava gli artisti a fare l’illustrazione. Testa, eccetera, non chiamavano l’illustratore, non esisteva la figura di illustratore. Credo che la figura dell’illustratore negli anni 85 ha cominciato a figurare con Max Casalini, che ho conosciuto per le incisioni, Guido Scarabottolo e il loro studio. Prima, come dicevo, chiamavano gli artisti. Io lavoravo al Corriere della Sera come illustratrice e scenografa, avevo una pagina sulla rivista Brava, dovevo illustrare il tema che mi davano e lì non c’era computer. E allora i lavori erano di uno spessore! Perché “cambia questo”, “la manina così” e uno attaccava e attaccava e alla fine avevano uno spessore enorme di carta sopra.

B: E lì che tecniche usavi?

P: Tempera e anche olio. Preferisco l’olio, molto più elastico. Tempera coprente, no acrilico.

B: Visto che hai fatto questo percorso, tu hai una visione più ampia. Quindi quali differenze vedi tra le culture… o somiglianze, anche, tra le culture del Cile e quella italiana oppure, se vuoi più allargata, quella del sud America ed europea?

P: Parlavo prima, sono due mondi diversi. Non c’è né peggio, né meglio, sono diversi. Certamente che l’Università da noi, tutti i professori che ho avuto, son venuti in Europa, Francia, Italia, Polonia e Unione Sovietica, in tutta l’Europa a studiare e dopo riportavano una visione certamente anche europea. Però il contesto latino americano è diverso e allora si adatta al contesto diverso. Perché qui (in Italia) c’era un paraocchi: doveva essere bianco o nero, doveva essere tradizionale, l’incisione deve essere il paesaggio, non deve essere un segno. Gli spagnoli sono bravissimi perché c’è una libertà d’espressione con l’incisione. Devo dire che per tutte le arti grafiche e l’incisione (l’America Latina) è molto più avanti, sia nelle tecniche tradizionali con rispetto, che nelle tecniche più sperimentali. L’incisione, essendo multipli, costa meno e si può vendere in qualunque posto pubblico e non esclusivamente in una galleria.

B: Quindi si potrebbe dire che in questi Paesi è più popolare e più diffuso?

P: Sì, diventa più popolare e si fanno grandi, grandissime mostre di incisione. Ci si dedica moltissimo

B: Quindi è uscito un po’ dalle Accademie?

P: Sì! Si insegna all’Accademia però qualunque espressione. Adesso una bellissima notizia che ho avuto due giorni fa. A Valparaiso hanno creato in una casa… Valparaiso è una città di porto con una zona vecchia molto bella perché ci vivevano molti stranieri dal 1800 in avanti. Le case avevano mobili dall’Europa, inglesi, olandesi. Sono case bellissime, quasi illustrazioni, tutte fatte di legno. Hanno restaurato una casa del 1880 di una famiglia olandese, gente molto borghese, con molti soldi, una casa enorme e hanno creato il Museo dell’Incisione. Si chiama Museo del Grabado. Quando sono stata in Cile, dove mi ha chiamato l’università, nel ’92, mi hanno affidato un lavoro di un archivio dei grandi maestri incisori. Una cosa divina. Dove ho lavorato più di 6 mila opere, ah bellissima! ho lavorato in quella casa che era totalmente abbandonata, distrutta, che cadeva come quelle case degli spiriti di Isabelle Allende. A camminare avevi paura che usciva il fantasma. E lì ho coinvolto anche i miei allievi. Ci andavo sempre con un gruppo per insegnare come si fa un archivio, come devi vedere, alla luce, se ha i funghi o non ha funghi, in che stato è, il segno, l’inchiostro, mille cose. La notizia è che al 18 di marzo inaugurano questo museo totalmente restaurato. Bellissima la casa e dove hanno nominato una sala al nome mio! Perciò ho detto: Oddio! a Valparaiso ho già la sedia di Neruda, vinto per caso, e adesso questa… Sono rimasta! Oddio non sono morta ancora! Perché in genere danno queste cose ai morti.

B: Sarà sicuramente ben augurante questo! Allunga la vita

P: All’inizio ho detto “cavolo! ho passato qui 5 anni, è stata come una rivoluzione”. Perché in realtà veramente l’incisione… viene da una dittatura! ti dico che il Paese, quello che succede adesso è fantastico, anche se mille morti, giovani. Però non si poteva più, sono vent’anni di dittatura dove la metà della gente è cambiata nel cervello. Cioè, ha cambiato il cervello, veramente. La polizia e tutti i militari sono quello che erano, quello che gli hanno insegnato ad essere durante la dittatura
cioè è folle! L’incisione è un manifesto. Se vedi tutti quelli che ti ho fatto vedere qui, la meta è politica e la stan facendo con l’incisione. L’incisione è anche un mezzo politico, non so se mi spiego…

B: Perché è un mezzo per produrre dei multipli a basso costo, fattibile senza grosse attrezzature?

P: Brava! Noi stampavamo anche qui, sui giornali, perché non importa.

B: Stampavate sui giornali stampati?

P: Ah certo! perché tu stampi un disegno bianconero che è molto più forte. Allora non vedi il giornale, vedi il grigio. Non è un pretesto, non è una trovata, “ah io stampo sui giornali”.

B: Nasce da una necessità?

P: Si stampa anche sui giornali perché quello c’è, perché costa poco. Se ho una super carta per una super cosa ok, ma l’incisione è quello, capisci, in America Latina è stato sempre quello. Di notte si facevano i manifesti politici per andare ad attacchinarli alle 3 del mattino.

B: Allora cara Pilar, cosa consiglieresti a un giovane che dice “da grande voglio fare l’artista”?”

P: Ah, con tutto il cuore consiglierei di fare l’artista e, in parallelo, di fare un lavoro per poter fare l’artista. Se no, non si può. Però di continuare con la propria passione e veramente di fare l’artista e il lavoro. Prima si inizia con lavori un po’ di k, però non importa. Piano piano uno si avvicina a quello che vuole fare.

B: Quindi importante è anche iniziare a lavorare già nel settore artistico?

P: Sarebbe l’ideale, però se non lavori nel settore artistico, non importa. Io i primi anni non lavoravo nel settore artistico, però potevo lavorare, mi davano soldi per lavorare nel mio settore personale artistico

B: E alla prima occasione sei..

P: E poi, piano piano tu metti il tuo e poi
ti sganci, sì.

B: Va bene, grazie Pilar

P: A voi, a te!

P: Ombelico della città, codice, tappo, sottofondo, profondità, fogna, altro mondo. Aprire il tombino e viverci dentro, sotto le viscere, di te, di me, di tutti. Tutti lo portiamo, segno irrevocabile di nascita. Anche la città lo chiude, gli mette il sigillo, in ghisa, in pietra, in cemento. Lo decora per non fare salire il marcio. Riparare e chiudere, il bello e il brutto, dentro e fuori, sopra e sotto. Apparire bello con dignità, con urbana identità. Dalla sua città marchiato. L’ombelico è vivo e respira, butta fuori vapori. Respira nel sottoterra. Umore dell’altra parte. Ci camminiamo sopra, passiamo a fianco, ci fermiamo sopra, parliamo. I nostri piedi si inumidiscono nel respiro sotterraneo e noi, teneramente, ci lasciamo.

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